Parere legale: incostituzionalità di un’interpretazione estensiva dell’art. 2285 c.c.

Mi è stato richiesto di redigere motivato parere in relazione ad eventuali profili di incostituzionalità connessi all’art. 2285 c.c. e in particolare all’interpretazione giurisprudenziale che riconosce al socio il diritto di recesso nel caso di società con durata superiore all’aspettativa di vita media del socio medesimo.

Orbene, una prima valutazione di costituzionalità deve essere condotta alla stregua dell’analisi della norma nel suo significato testuale e letterale. Infatti, è necessario partire dal alcune premesse per poi poter comprendere se ad essere incostituzionale è la norma stessa, o l’eventuale interpretazione ad essa data.

A tal fine, si può da subito osservare che la norma, nell’attribuire al socio il diritto di recesso laddove la società sia contratta a tempo indeterminato o per tutta la vita di uno dei soci, si ispira a un principio generale dell’ordinamento italiano secondo cui nessun individuo può assumere obblighi per tutta la durata della sua vita, in mancanza del diritto di poter recedere da essi.

Sebbene l’art. 2285 c.c. sia sempre stato interpretato da dottrina e giurisprudenza in via molto estensiva (come meglio si dirà oltre) è necessario osservare che il testo della norma, interpretato sotto il profilo letterale, riconosce il diritto di recesso quando la durata della società non viene quantificata in un numero di anni, ma viene essa stessa fatta coincidere con la durata della vita di uno dei soci.

Di certo stabilire che la durata di una società coincida con la vita di uno dei soci sembrerebbe oggi una possibilità di scarso interesse socio-economico (il codice civile risale al 1942) dato che sarebbe – tra l’altro – fonte di assoluta incertezza sulla durata della società, ma a ben vedere è coerente con l’idea che il legislatore degli anni ’40 aveva delle società di persone: società dove le qualità personali del socio avevano rilievo essenziale, al punto da prevedere, in ipotesi, la possibilità di fissare la durata della società con la vita di uno dei soci.

L’art. 2285 c.c., considerato nella sua letteralità, non è passibile di contestazioni. Tuttavia, come già anticipato, l’interpretazione della giurisprudenza si è discostata dal tenore letterale dell’art. 2285 c.c. e ha condotto ad estendere notevolmente l’applicazione di questa norma. In particolare, il diritto di recesso è stato riconosciuto non solo per il caso di società contratta per la durata della vita del socio, bensì anche in quei casi dove “la durata della società superi l’aspettativa di vita media del socio”.

Nel valutare questo dato (ossia “l’aspettativa media del socio”) la giurisprudenza adotta esclusivamente criteri statistici, cosa che conduce ad evidenti paradossi di natura sia argomentativa, sia fattuali.

Ad esempio, potrebbe ritenersi meritevole di accoglimento la tesi interpretativa secondo cui un socio di anni 20 potrebbe recedere da una società di durata pari a 150 anni, in quanto società equiparabile a quelle a tempo indeterminato. Tuttavia, non potrebbe di certo ritenersi meritevole di accoglimento la tesi secondo cui al socio di anni 76, che intende prendere parte ad una società della durata ridotta di anni 6, fosse riconosciuto il diritto di recesso solo in quanto la durata della società supererebbe l’aspettativa di vita media del socio.

Una simile interpretazione non sarebbe certo utile a tutelare i diritti costituzionali sottesi all’art. 2285 c.c., ossia il diritto di autodeterminazione, libertà e divieto di obbligo perpetuo sanciti dall’art. 3 della Costituzione, ma anzi li limiterebbe, con la conseguenza (paradossale) che ad essere violata sarebbe la libertà economica del socio (altro diritto garantito dalla Costituzione) il quale per causa della propria età avanzata avrebbe difficoltà a partecipare ad una società di persone in quanto, essendo libero di recedere a proprio piacimento, non garantirebbe alcuna certezza agli altri soci.

Una simile interpretazione dell’art. 2285 c.c. – in mancanza di idoneo bilanciamento in concreto – pone senz’altro dei problemi per quanto riguarda la partecipazione, da parte di persone che sono prossime al superamento dell’aspettativa di vita media, alla compagine sociale.

In questi casi si rende necessario operare un bilanciamento tra il principio di autodeterminazione e il principio di libertà economica. In altri termini, sarebbe necessario modificare e adattare l’interpretazione della giurisprudenza, svincolandola dal mero parametro statistico (“aspettativa di vita media”) per il riconoscimento del diritto di recesso.

Infatti, è appena il caso di notare che il socio di 76 anni che intende prendere parte ad una società di anni 6 non è certamente assimilabile ed equiparabile ai casi di recesso previsti dal testo letterale dell’art. 2285 cod. civile. Il socio in questo caso sarebbe perfettamente consapevole, vista l’età raggiunta, che il proprio vincolo potrà estendersi fino alla fine della propria vita. L’ingresso nella società avverrebbe nella piena e libera autodeterminazione.

L’unica interpretazione giurisprudenziale legittima sarebbe quella che svincola il diritto di recesso da una valutazione meramente statistica, che diversamente porterebbe a paradossi inaccettabili e soluzioni interpretative che ledono, anziché tutelare, gli interessi del socio.

Invece del parametro statistico, l’esame della giurisprudenza dovrebbe sempre essere focalizzato sul principio di autodeterminazione, posto che è su questo principio (immanente nell’ordinamento e talvolta ricondotto al diritto naturale dell’individuo) che trova vero fondamento l’art. 2285 c.c.

Tuttavia, di tale bilanciamento non si ha traccia nella giurisprudenza, il che rende l’interpretazione (parametrata al solo dato statistico) incostituzionale, proprio perché reinterpreta il dato normativo testuale dell’art. 2285 c.c. senza tutelare (anzi pregiudicando) tutte quelle situazioni in cui il socio entrante in una società di persone ha un’età avanzata.

Ad essere leso, in questo caso, sarebbe un principio costituzionale cardine dell’ordinamento italiano e della quasi totalità degli ordinamenti moderni: il principio di uguaglianza. Il principio di uguaglianza consiste proprio nel non indurre nell’individuo un diverso comportamento socio-economico per cause, ragioni e motivi connessi esclusivamente a caratteristiche personali tra cui, ovviamente, l’età.

Proprio per tale ragione, a nulla vale la possibilità per un individuo “anziano” di adottare differenti modelli societari al fine di intraprendere attività di impresa. Ogni istituto societario deve essere accessibile in egual misura ad ogni cittadino, senza distinzione alcuna, né diretta, né indiretta (come sarebbe nel caso di specie). Pertanto, la mera discriminazione in punto di età è più che sufficiente a ritenere violato il diritto di uguaglianza.

CONCLUSIONI

Alla luce di quanto sopra esposto, si può concludere che l’interpretazione giurisprudenziale che riconosce al socio il diritto di recesso ai sensi dell’art. 2285 c.c. sulla sola base della durata della società parametrata statisticamente alla vita media del socio è illegittima nonché incostituzionale poiché lesiva del diritto di uguaglianza.

Avv. Lorenzo Melacarne